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Cosa fanno i giapponesi la notte di San Silvestro? Nessun cenone, nessun brindisi, né nottata fino all’alba con gli amici. I giapponesi vanno al tempio. Non si assiste ad alcuna funzione. Pochi minuti prima dello scoccare della mezzanotte, veloci e silenziosi come formiche laboriose, formano una coda fluida e ordinata; in fila per due attendono il momento di trovarsi davanti all’oku (la parte sacra del tempio, un “altare”) e pronunciare una preghiera individuale di buon auspicio per il nuovo anno. Si lancia una moneta dentro una specie di cassapanca in legno che arriva fino alla vita (più o meno grande 30 volte un cestino delle offerte delle nostre chiese cristiane – ricordiamo che la religione qui si sostenta solo della generosità dei propri fedeli), appena la moneta tocca il fondo – plin – si fanno due inchini, a mani giunte, in atteggiamento di raccoglimento; quindi si alza la testa, si battono sonoramente le mani – una volta sola clap! – e si chiude con un altro inchino, più profondo e più rispettoso, per lasciare il posto al fedele successivo.

Questo è il rito del tempio scintoista (jinja), ma per non farmi mancare niente, riflettendo la naturale inclinazione giapponese alla doppia religione, successivamente mi sono recata in un tempio buddista (O-tera). Lì è stato molto più divertente! All’ingresso mi ha accolto un simpatico anziano che mi ha chiesto di annotare il mio nome su un foglio e mi ha consegnato una piccola tavoletta di legno grezzo, riportante un numero. I numeri andavano da 1 a 108, poichè 108 sono i rintocchi che suona la pesante campana l’ultima notte dell’anno. A me ovviamente è capitato un numero sfigato :), cioè il 79, che in realtà era il 78 tsuru  (la gru) ed è così che ho scoperto che il 9 è considerata una cifra funesta, mai nominata né ricordata. E’ anche per questo che i rintocchi della campana si fermano a 108. Un adepto urlava i numeri nel megafono, incredibilmente ho capito il mio e sono corsa a mettermi in fila. Ogni rintocco è suonato da una persona diversa e accompagnato da un canto monacale, un ritornello ripetuto all’infinito dedicato al Budda. Al mio turno, mi sono tolta le scarpe, mi sono arrampicata su una scaletta minuscola e ripidissima – signore giapponesi probabilmente centenarie si muovevano su è giù con invidiabile agilità! – che portava all’enorme campana di pietra nera, protetta da un tetto a pagoda. Dopo vari inchini in direzioni diverse, ho preso tra le mani la corda per muovere la trave, ormai spuntata dall’usura, ho stretto bene e, guidata da un monaco ammiccante, due oscillazioni di rincorsa e alla terza… doooong! Assordamento istantaneo!

La parte più difficile viene ora, quando, ancora stordita dall’enorme frastuono, ho dovuto ridiscendere la scaletta ben lucidata e scivolosissima. Una volta a terra due compiacenti nonnine mi hanno fatto bere un goccio di sakè, che ho interpretato più come premio all’audacia che come rito purificatore, consegnandomi il piattino da portare a casa, insieme ad un pacchettino di frutta, come ormai saprete, bene preziosissimo qui.

なお、明けましておめでとうございます!(Akemashite-omedeto-gozaimasu)

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O-tera, la campana

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Mi sono dimenticata di dire che tutto questo si svolgeva all'aperto. Un freddo incommensurabile!

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